Mentre gran parte del discorso moderno si concentra sui pericoli della dipendenza digitale, un gruppo crescente di persone, soprannominate “screenmaxxer”, si sta opponendo alla narrativa della dipendenza dallo schermo. Piuttosto che cercare disintossicazione digitale o utilizzare app di produttività per limitarne l’utilizzo, queste persone considerano i propri dispositivi come strumenti essenziali per la connessione, il lavoro e la gestione psicologica.

La realtà della connettività costante

Per molti, l’utilizzo estremo dello schermo non è una scelta fatta per abitudine insensata, ma un riflesso del modo in cui si muovono nel mondo moderno. Le statistiche giornaliere di questi utenti sono sconcertanti:

  • Morgan Dreiss, un copy editor, trascorre in media quasi 19 ore di tempo davanti allo schermo ogni giorno, utilizzando varie app per gestire l’ADHD e persino eseguendo giochi per dispositivi mobili per guadagnare piccole quantità di reddito passivo.
  • Brooke Williams, una designer UX, riferisce anche di quasi 19 ore di utilizzo quotidiano, sottolineando che il suo monitoraggio costante dei social media funge da meccanismo di coping per il disturbo ossessivo compulsivo, fornendo un senso di “ipervigilanza” e controllo.
  • Corina Diaz e Daniel Rios utilizzano gli schermi come ancora di salvezza vitale per combattere l’isolamento fisico, sia esso dovuto alla vita remota o alla migrazione dei circoli sociali.

Perché la narrativa della “dipendenza” viene messa in discussione

La visione mainstream spesso tratta il tempo trascorso davanti allo schermo come una patologia, un problema da curare. Tuttavia, gli “screenmaxxer” sostengono che questa prospettiva è riduttiva e ignora i fattori alla base dell’impegno digitale.

1. La teoria del capro espiatorio

Molti utenti accaniti credono che il “tempo trascorso davanti allo schermo” sia spesso usato come un comodo cattivo per questioni sociali più profonde e complesse. Come suggerisce Corina Diaz, l’attenzione sui minuti trascorsi al telefono spesso distrae dai veri colpevoli: isolamento sociale, superlavoro e dipendenza sistemica.

2. Il valore del tempo trascorso davanti allo schermo “buono”.

Si sostiene sempre più spesso che la qualità del tempo trascorso davanti allo schermo conta più della quantità. Per molti, l’impegno digitale non è uno spreco di vita, ma un modo per accedere:
Comunità sociali di nicchia: trovare appartenenza a gruppi privi di visibilità tradizionale.
Accessibilità e istruzione: utilizzo di strumenti mobili per apprendere e rimanere informati.
Mantenimento sociale: rimanere in contatto con amici e familiari lontani attraverso piattaforme come Discord.

3. Resistere al “panico morale”

Alcuni utenti, come Dreiss, vedono l’intenso allarme che circonda l’uso digitale come un “panico morale”. Sostengono che il tentativo di patologizzare le risposte alla dopamina ignora le sfumature di come gli esseri umani interagiscono con la tecnologia. Da questa prospettiva, lo schermo è semplicemente un mezzo, uno strumento che viene incolpato per i reali bisogni umani a cui risponde.

Un cambio di prospettiva

La tensione tra il movimento della “disintossicazione digitale” e gli “screenmaxxer” evidenzia un disaccordo fondamentale sull’era digitale. Mentre esperti sanitari e legislatori continuano a combattere il design avvincente di piattaforme come Meta e YouTube, un segmento della popolazione si è già adattato. Hanno integrato lo scorrimento infinito nella loro esistenza quotidiana, considerandolo non come una perdita di qualità della vita, ma come un modo fondamentale di essere in un mondo connesso.

“Lo schermo è semplicemente un mezzo… che dovrebbe essere regolamentato in termini di quali contenuti fornire e come”, anziché essere trattato come un problema in sé.

Conclusione
Mentre la società continua a dibattere sulle implicazioni dei nostri dispositivi sulla salute mentale, l’esistenza degli “screenmaxxer” suggerisce che per molti il mondo digitale non è più una fuga dalla realtà, ma l’infrastruttura primaria attraverso la quale la sperimentano.